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Mobbing - VADEMECUM 1^ parte


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(*) D.L.&M. - Liberati dal Mobbing
– Associazione di Promozione Sociale –
anno 2009


  

MOBBING

  

VADEMECUM

  

 

INDICE

 

Segnali indicatori 

Definizione e caratteri generali 

Modello di sviluppo del mobbing 

Comportamenti mobbizzanti 

Effetti del mobbing sulla salute 

Aspetti giuridici 

Consigli utili di comportamento 

Strutture sanitarie pubbliche 

Documentazione essenziale

Postfazione

* * *

   

SEGNALI INDICATORI 

Una mattina arrivi in ufficio, ti siedi alla scrivania, accendi il computer. Come il giorno prima, come tanti giorni prima. Ma quella mattina c’è nell’aria qualcosa di diverso, di strano.

Di impercettibilmente ostile. Sarà quel dirigente che in corridoio non ti ha salutato, tutto preso nei suoi pensieri. Saranno i colleghi che non ti hanno invitato a prendere il caffè con loro.

Che strano, ti chiamano sempre.

Sarà quella segretaria là in fondo, quella che appena ti ha visto ha sussurrato qualcosa nell’orecchio della sua vicina, chissà perché…

Forse non è niente, forse sono solo coincidenze e il giorno dopo tutto tornerà normale.

Forse, invece, qualcosa si è spezzato nei rapporti fra te e il tuo ambiente di lavoro.

Forse qualcuno ha deciso di farti la guerra, di isolarti, di eliminarti dal gruppo.

E da quel giorno, a poco a poco, al lavoro tutto comincia a cambiare….in peggio.

È una catena di segnali e di eventi apparentemente scollegati tra loro che nasconde però una precisa, progressiva strategia. L’attacco prima è surrettizio e subdolo, fatto di allusioni, sguardi, battute. È ancora difficile da afferrare, da capire, da identificare.

Poi però diventa sempre più palese e violento. Sembra irreversibile.

E chi ne è vittima si sente drammaticamente solo: non sa che altri milioni di persone, in tutto il mondo, si trovano nella stessa spirale.

Non sa che si tratta di una malattia sociale sempre più grave, sempre più diffusa e ancora poco conosciuta. Ha un nome preciso: si chiama mobbing.

(da “Cattivi capi, cattivi colleghi” di Gilioli A e Gilioli R. - Mondadori – anno 2000)

 

Il MOBBING lede la dignità e la salute del lavoratore e viene esercitato attraverso azioni che possono intaccare:

la possibilità di comunicare
le relazioni sociali
l'immagine social
la sfera professionale
la sfera privata
la salute
 

Rifletti: NEL TUO POSTO DI LAVORO…

 

sei aggredito verbalmente o umiliato in pubblico?

 … subisci violenze o imposizioni che arrecano danno alla tua salute?

 … sei emarginato dai colleghi o dai superiori?

 … esprimono giudizi negativi sulla tua vita lavorativa o privata?
… sei sbeffeggiato, provocato o diffamato sul piano personale?

 … ti vengono assegnati compiti diversi dalla tua qualifica e ti vengono rivolte critiche

continue?


Se qualcuna di queste domande ha una risposta positiva, potresti essere soggetto a MOBBING.
 

 

DEFINIZIONE E CARATTERI GENERALI

Il mobbing nell'accezione più comune consiste in un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza. Il Mobbing attraversa quindi varie fasi, cominciando dal conflitto quotidiano e terminando spesso con l'uscita della vittima dal mondo del lavoro.

La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob, che significa assalire, attaccare ed è stato l’ etologo Konrad Lorenz ad utilizzarla per primo nei suoi studi, per indicare il comportamento di alcuni animali della stessa specie che si coalizzano contro un membro del gruppo attaccandolo al fine di escluderlo dalla comunità di appartenenza.
Il primo studioso ad introdurre tale concetto nella discussione intorno a questa persecuzione psicologica, adattandolo all’uomo ed al mondo del lavoro è stato lo psicologo tedesco Heinz Leymann, riprendendo il termine da Lorenz. Leymann affermò che il mobbing, o meglio, le azioni che lo compongono, per essere tali (cioè per dare luogo alla vessazione vera e propria), non solo devono durare per un periodo minimo di sei mesi, ma anche, che gli episodi vessatori debbono far registrare una frequenza almeno settimanale. “il terrore psicologico o mobbing lavorativo consiste in una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì costretto per mezzo di continue attività mobbizzanti.

Gli studi di Leymann sono stati successivamente ripresi e adattati alla realtà italiana da Harald Ege, come vedremo più avanti.

 

DESCRIZIONE DEL FENOMENO

 

Lo sviluppo del fenomeno del mobbing è stato ampiamente favorito dai radicali cambiamenti nel mondo del lavoro. La divisione tra direzione e produzione tipica del modello taylorista e la parcellizzazione delle mansioni tipica del modello fordista sono state sostituite da criteri di lavoro flessibile, la produzione si è spostata dai paesi dell’occidente a quelli in via di sviluppo (nel quale le aziende possono usufruire di una mano d’opera a basso costo), la globalizzazione mette in relazione le diverse economie, i processi produttivi si adattano alle esigenze dei consumatori, c’è un aumento della produzione di servizi rispetto alla produzione di merci, è diminuito il senso di appartenenza all’azienda da parte del lavoratore, c’ è una crescita del lavoro intellettuale.

Oggi sono le macchine a svolgere lavori di tipo meccanico e ripetitivo e, quindi, gran parte del lavoro svolto dall’uomo si basa principalmente sul coinvolgimento psicologico ed è facile che in una situazione lavorativa di questo tipo il mobbing si inserisca. Nella nostra società lavorare non è più un semplice comportamento necessario alla soddisfazione dei bisogni primari per sé e per la propria famiglia.

Il lavoro è ormai diventato anche un mezzo per dimostrare il proprio status sociale. Lavorare significa, quindi, interagire con altri individui. Il lavoro è un’attività che si fa in gruppo, dove ogni singolo lavoratore cerca di soddisfare i propri bisogni di riconoscimento, di sicurezza e di appartenenza. Nasce da sé la convinzione che quando si crea una problematica di tipo relazionale all’interno del gruppo di colleghi si verifica la mancata fiducia reciproca e si creano situazioni vessatorie che a lungo andare danno luogo alla sindrome del mobbing psico-sociale.

Sul luogo di lavoro l'attività di mobbing si sostanzia con atti di ostilità, da parte del capo o di uno o più colleghi, quali, ad esempio, attacchi alla reputazione, creazione di falsi pettegolezzi, insinuazioni malevole, segnalazioni diffamatorie, attribuzioni di errori altrui, carenza di informative e informazioni volutamente errate, al fine di creare problemi, controlli e sorveglianza continui, minacce di trasferimenti, apertura di corrispondenza, difficoltà di permessi o ferie, assenza di promozioni o passaggi di grado, ingiustificata rimozione da incarichi già ricoperti, svalutazione dei risultati ottenuti.


DIFFUSIONE E CENNI STATISTICI

Mentre da una parte si fa un gran parlare di mobbing e delle varie definizioni che di esso si danno - mobbing, bullismo, bossing, vessazioni, terrorismo, molestia morale, molestia sessuale, abuso lavorativo, - poco si sa sull’epidemiologia del fenomeno con il conseguente risultato che ogni esperto fornisce i propri "numeri". Allo stato attuale si fa riferimento ad una ricerca eseguita nell’anno 2000 dall’ILO (International Labour Office) e che è conosciuta con il nome di " terza indagine sulle condizioni di lavoro", la quale afferma che nell’anno 2000 circa l’8% (12 milioni) di lavoratori in Europa è stato vittima di vessazioni sul luogo di lavoro. Secondo tale ricerca in Italia i lavoratori colpiti sono circa il 4,2% di tutta la popolazione lavorativa, circa 750.000 vittime.

Da questa fotografia sembra che l’Italia sia il paese europeo che meno subisce tale problematica. In realtà il dato che emerge, appare assai lontano dal vero, in quanto ancora oggi le violenze morali in ambito lavorativo, risultano particolarmente difficili da quantificare: sia perché lo studio del fenomeno giunge con notevole ritardo, rispetto alle altre nazioni, sia perché le stesse vittime rifiutano di considerarsi tali, per timore di ulteriori ritorsioni, o per altri motivi.

Una ricerca effettuata dall’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), avrebbe accertato l’esistenza di circa 1.500.000 lavoratori, vittime del mobbing nel giugno 2000. Se si tiene conto, tuttavia, del fatto che oltre al lavoratore interessato, anche i familiari sono pienamente coinvolti dalle ritorsioni – sia di ordine pratico che psicologico – causate dal fenomeno sopra descritto, non è difficile pervenire ad un numero globale di circa 4.000.000 di soggetti perseguiti in via diretta o indirettamente. Sempre l’ISPESL riferisce che il 71 per cento delle denunce riguarderebbe i dipendenti del pubblico impiego. Nel 62 per cento dei casi, si tratterebbe di persone con più di cinquanta anni; 1′81 per cento sarebbe, poi, composto da quadri e impiegati. Da un’altra analisi risulterebbe che a esercitare il mobbing sarebbero per il 57,3 per cento i superiori e per il 30,3 per cento i colleghi.

In particolare sono soggetti a mobbing gli anziani, i capaci, i creativi, i disabili, i neoassunti, gli onesti, i lavoratori in esubero e i diversi, rispetto al gruppo, per motivi politici, religiosi, razziali, di lingua e di sesso.


Dati statistici sul mobbing – fonte ISPESL - :

in Italia 1.5 milioni di persone sarebbero soggette a mobbing;

in Europa 12 milioni di persone sarebbero soggette a mobbing.

Sesso: M 52%; F 48%.

Fasce di età: dai 31 ai 40 anni 7%; dai 41 ai 50 anni 31%; dai 51 ai 60 anni 62%.

Scolarità: Media superiore 71%; Laurea 17%; Media inferiore 9%.

Qualifica: Impiegati / quadri 81%; Dirigenti 19%.

Impresa: Pubblica 71%; Privata 29%.

 
 

MODELLO DI SVILUPPO DEL MOBBING

(MODELLO DI HARALD EGE)

La condizione zero

Nel mondo del lavoro, e in particolar modo nelle aziende, si rileva la presenza costante di una certa dose di conflitto interno tra gli individui che ne fanno parte. Tale conflitto è fisiologico, in quanto strettamente legato alla competitività e alle aspettative e ambizioni individuali. Non si può parlare di mobbing ma di una pre-condizione, cioè di una situazione che può facilmente predisporre al suo sviluppo.

I fase: conflitto mirato

In questa fase il conflitto passa da un livello oggettivo a un livello soggettivo: esso prende una direzione specifica attraverso la scelta di un obiettivo, di una vittima verso la quale dirigere gli attacchi, privilegiando argomenti di carattere privato.

II fase: inizio del mobbing

La caratteristica di questa fase è l’inasprimento delle relazioni interpersonali nel luogo di lavoro: si comincia ad avvertire una certa distanza e una minore cordialità da parte dei superiori o dei colleghi (o entrambi). Il cambiamento in senso negativo del “clima relazionale” crea uno stato di disagio alla vittima, ma la consapevolezza di ciò che sta accadendo è ancora lontana.

III fase: primi sintomi psicosomatici

I sintomi psicosomatici sono un primo campanello d’allarme del disagio: si insinua un senso d’insicurezza e la vittima comincia a dubitare delle sue stesse capacità. Si chiude in se stesso e ciò amplifica le difficoltà relazionali sul posto di lavoro e comincia ad alterare il suo stato di salute.

IV fase: errori ed abusi dell’Amministrazione del Personale

I problemi di salute inducono la vittima ad assentarsi sempre più spesso, con la necessità di trovare un po’ di riposo e di tranquillità. L’Ufficio del Personale, anziché indagare a fondo sul fenomeno, spesso si limita ad un’analisi superficiale basata sui giudizi di chi sta attorno al soggetto e del mobber stesso.

V fase: serio aggravamento della salute psico-fisica

La salute del soggetto è seriamente compromessa: poiché ogni tentativo di migliorare la situazione non sortisce alcun effetto, egli si sente come prigioniero e subentra la disperazione. Lo stato depressivo con cui è costretto a convivere può richiedere interventi specialistici di tipo farmacologico e psicoterapeutico.

VI fase: esclusione dal mondo del lavoro

Non sempre il mobbing conduce all’esclusione dal mondo del lavoro, però spesso se ne può rintracciare un nesso causale. L’accentuarsi del disagio psico-fisico e lo sviluppo di ossessioni testimoniano che il processo distruttivo del mobbing ha prodotto i suoi effetti: la vittima non è più in grado di svolgere la sua attività professionale e l’obiettivo dell’allontanamento dal posto di lavoro appare come una conseguenza naturale.

  

COMPORTAMENTI MOBBIZZANTI
 

Nel tentativo di adattare alla realtà italiana il modello ideato da Heinz Leymann per individuare e classificare i più comuni comportamenti mobbizzanti nei confronti di un lavoratore, si propone il seguente schema:

 

Attacchi alla possibilità di comunicare

  • gli si limitata la possibilità di espressione;

  • lo si interrompe quando parla;

  • lo si rimprovera anche con urla violente e gesti;

  • gli si negano gli strumenti per comunicare;

 

Attacchi alle relazioni sociali

  • gli si rifiuta il contatto con gesti o sguardi scostanti;

  • gli si rifiuta di contatto con allusioni indirette;

  • non gli si rivolge più la parola;

  • si proibisce ai colleghi di parlare con lui;

  • viene trasferito in un ufficio lontano dai colleghi;

  • ci si comporta come se lui non esistesse;

 

Attacchi all’immagine sociale

  • si parla alle sue spalle;

  • si spargono voci infondate e diffamatorie sul suo conto;

  • gli si attribuisce una malattia mentale eviene invitato a sottoporsi a visita psichiatrica;

  • si prende in giro un suo handicap fisico;

  • viene imitato, ridicolizzato e sbeffeggiato;

  • si attaccano le sue opinioni politiche o religiose;

  • si prendono in giro la sua vita privata o la sua nazionalità;

  • si critica il suo lavoro in maniera falsa o negativa;

  • si mettono in dubbio le sue decisioni

  • ci si rivolge a lui con parolacce o altre espressioni umilianti;

  • lo si molesta sessualmente o in altri modi;

 

Attacchi alla sfera professionale

  • si toglie ogni tipo di attività lavorativa e non gli si assegnano più compiti da svolgere;

  • assegnazione di lavori senza senso;

  • attribuzione di lavori molto al di sotto della sua qualifica professionale;

  • attribuzione frequente di nuovi compiti lavorativi;

  • assegnazione di lavori umilianti;

  • attribuzione di compiti molto al di sopra delle sue capacità per screditarlo;

  • attribuzione di molteplici lavori con evidente impossibilità di portarli a termine;

  • si fanno continui riferimenti critici sul suo lavoro;

  • gli si negano o gli si limitano gli strumenti di lavoro;

  • lo si mantiene all'oscuro di informazioni vitali all'attività lavorativa;

  • lo si costringe a lavorare con strumenti non adatti alla realtà lavorativa.

  

Attacchi alla sfera privata

  • si fanno commenti e giudizi negativi sulla sua vita privata;

  • telefonate mute o di minaccia;

  • minacce verbali o scritte;

  • gli si arrecano danni materiali;

  • lo si sottopone a pressante o illecita attività di controllo;

 

Attacchi alla salute

  • Lo si costringe a fare lavori che nuocciono alla sua salute

  • Lo si minaccia di violenza fisica

  • Gli si fa violenza leggera per dargli una lezione

  • Gli si fa violenza fisica più pesante

  • Gli si mettono le mani addosso a scopo sessuale

 

EFFETTI DEL MOBBING SULLA SALUTE

I sintomi del mobbing individuati da Leymann sono oggi incorporati nel DSM (Manuale Diagnostico Statistico). Essi portano, in una larga sfera, a conseguenze psicosomatiche. Per quanto riguarda gli aspetti psicosomatici, Herald Ege afferma “spesso il medico di famiglia non è in grado di riconoscere e curare questa sindrome: serve l’aiuto dello specialista”…pero è lui (il medico di famiglia) che ha gli strumenti per individuare i cambiamenti nelle persone (stanchezza, svogliatezza, depressione), legati a ”qualcosa che non va”.

Nel campo lavorativo non sembra particolarmente complicato per il Medico di Medicina Generale individuare la sindrome e invitare le persone a rivolgersi ai centri specializzati, preposti all’approfondimento dei sintomi e alla loro eventuale risoluzione, prima che il paziente possa iniziare a rompere i legami sociali e familiari. Per eventuali necessità il lavoratore potrà far riferimento ad uno dei centri indicati nell'apposito prospetto.

Il mobbing può causare o contribuire allo sviluppo di molti disturbi psicopatologici, psicosomatici e comportamentali. Non è noto tuttavia in quale percentuale le persone esposte ad una situazione di mobbing svilupperanno poi disturbi a carico della salute.

Ciò probabilmente dipende dalla durata e dall’intensità degli stimoli stressogeni, anche se i tratti di personalità della vittima possono svolgere un ruolo protettivo o favorente il disturbo stesso.

Nei paesi industrializzati la percentuale di lavoratori in cerca di sostegno presso centri specializzati è in costante aumento, ma la consapevolezza su questo tema è ancora molto limitata.

Sintomi più comuni correlati al mobbing.

Alterazioni dell’umore

Apatia

Flashback

Incubi ricorrenti

Insicurezza

Insonnia

Iperallerta e reazioni di soprassalto

Irritabilità

Melanconia

Pensieri intrusivi legati all'evento

Perdita di iniziativa

Problemi di concentrazione

Reazioni d’ansia

Reazioni di evitamento di situazioni che richiamano l'evento

Reazioni fobiche

Umore depresso

Attacchi d’asma

Cefalea

Crisi anginose

Crisi emicraniche

Dermatite

Disturbi dell’equilibrio

Dolori articolari e muscolari

Gastralgie

Ipertensione arteriosa

Palpitazioni

Perdita di capelli

Tachicardia

Ulcere gastroduodenali

Aumento del consumo alcolico e di farmaci

Aumento del fumo

Disfunzioni sessuali

Disturbi dell’alimentazione

Isolamento sociale

Reazioni auto ed etero aggressive

 

Il mobbing provoca conseguenze negative sull’autostima e sul funzionamento personale, sociale e lavorativo.

La vittima tende a divenire confusa, meno efficiente e mostra elevati livelli di paura, sensazioni di vergogna e disagio con conseguenze non solo sul lavoro, ma anche nelle relazioni interpersonali.

 

Effetti su famiglia e società.

Abbandono degli impegni sociali

Allentamento dei legami di amicizia

Denuncia di malessere e malattia

Difficoltà nel proporsi per altri lavori

Distacco dai legami familiari

Distacco dai ruoli e dalle responsabilità genitoriali, coniugali e filiali

Fuga dai rapporti sociali

Insofferenza verso i problemi familiari

Minore collaborazione nei progetti di vita

Peggioramento del rendimento scolastico dei figli

Problemi coniugali e divorzio

Promozione di azioni legali

Riduzione del guadagno

Scoppi di rabbia

Spese mediche

Violenza

 

L’intera società diviene vittima del mobbing per l’aumento della pressione esercitata sui servizi sociali. Le conseguenze tuttavia possono variare in rapporto alla tipologia dei rispettivi Sistemi Sanitari Nazionali e dei Servizi Sociali di ogni Paese.

 

Effetti sul datore di lavoro e costi sociali

Assenze per malattia

Aumento del numero delle persone non idonee al lavoro

Aumento del turnover del personale

Costi di ricollocamento o di sostituzione

Costi legali

Danni all’immagine aziendale

Deterioramento del clima interpersonale

Disabilità

Formazione di nuovo personale

Maggiori costi per il pensionamento

Perdita di clienti

Perdita di personale qualificato

Riduzione della produttività individuale e di gruppo

Riduzione della qualità del prodotto

Riduzione di competitività

Riduzione di motivazione, soddisfazione e creatività

Trasferimenti ripetuti

Costi elevati per i lavoratori che divengono disabili

Costi elevati per incremento della disoccupazione

Costi sanitari e di ricovero ospedaliero

Costi sociali per pensionamento anticipato

Perdita di risorse umane

Riduzione potenziale di lavoratori produttivi. >> SEGUE 2^ PARTE<