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LEONARDO
MOBBING E POTERE

Prendo spunto da una storia di mobbing raccontata da una giovane donna su un sito internet. E’ una storia vera narrata in prima persona da una lavoratrice che vuole denunciare pubblicamente il proprio dramma e contemporaneamente vuole lanciare un appello disperato alla società civile.
Racconta di un lavoro da commessa in un negozio dove ha sempre svolto mansioni sia qualitativamente che quantitativamente superiori alla sua qualifica di apprendista, per la quale era retribuita e dove, dopo un po’ di tempo, sono iniziate le “pressioni”.
Da parte del datore di lavoro sono cominciate le richieste di “super-lavoro”, gli appunti gratuiti, i dispetti meschini, le aggressioni verbali e ogni genere di cattiveria tesa a fiaccare la resistenza della malcapitata: tutto ciò con lo scopo di liberarsi della ragazza e rendere disponibile quel posto di lavoro per un’altra persona. La storia si conclude con un appello da parte della ragazza che, tra crisi ansioso-depressive e disturbi psicosomatici di vario genere, vede ormai seriamente compromessa la propria salute. Questo appello contiene sostanzialmente un grido d’aiuto lanciato da un naufrago in balìa dei flutti che spera ardentemente di essere salvato. Ma chi raccoglierà questo accorato S.O.S.? Chi lancerà al malcapitato un salvagente, una fune alla quale aggrapparsi per essere tratto in salvo?
Non voglio entrare nel merito della singola storia, anche perché i casi di questo tipo aumentano ormai con andamento esponenziale e i temi di fondo sono sempre gli stessi: la vittima viene messa in difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro, gli vengono frapposti ostacoli e impedimenti che gli rendono la vita difficile e gli vengono mosse contestazioni continue e pretestuose. Poi gli si nega anche il rapporto umano: i contatti con i colleghi vengono ostacolati e quelli con i superiori diventano sempre più problematici; intorno gli si fa letteralmente “terra bruciata” e il clima diventa irrespirabile. In sostanza si costringe l’individuo all’isolamento e all’esasperazione, al punto che l’unica via d’uscita sembra essere la fuga. E con la fuga si realizza il vero obiettivo dell’operazione: liberarsi della presenza fisica del soggetto in questione.
Ma chiediamoci quale motivazione c’è dietro questa eliminazione fisica; proviamo a formulare qualche ipotesi: il datore di lavoro vuole sfoltire il personale senza utilizzare la pratica del licenziamento? Un gruppo di potere deve favorire la propria parte politica per motivi clientelari? Un dirigente è nelle condizioni di “dover fare un favore” a qualcuno? O più semplicemente vuole ricambiare la disponibilità di qualche impiegata con un avanzamento di carriera e senza mettere mano al portafoglio?
Come si vede gli scopi che si celano dietro l’eliminazione o la sostituzione del soggetto con un altro più gradito possono essere diversi, ma lo schema è sempre lo stesso: c’è qualcuno che abusa del suo potere per esercitare una violenza con modi arroganti e prepotenti nei confronti di un soggetto indifeso: tutto ciò per interesse personale. Questi comportamenti sono palesemente illeciti, eppure vengono attuati nell’indifferenza generale; nessuno si scandalizza più di tanto e sono considerati “ordinaria amministrazione”. Sembra che il potere, che da noi si associa sempre di più alla politica, abbia gradualmente ampliato a dismisura la sua sfera d’influenza, fino ad invadere, come una colata lavica, tutto lo spazio circostante. Il mondo del lavoro è il terreno privilegiato su cui esercitare questa facoltà. Gestire carriere e promozioni, distribuire poltrone di prestigio o semplici posti di lavoro conferisce un potere che rappresenta sicuramente una merce preziosa alla quale la politica non resta indifferente. Far parte di questo ingranaggio equivale per il singolo individuo a detenere una miniera con una vena inesauribile a propria disposizione: il potere compra ogni cosa, il potere si scambia con ogni tipo di merce ed è l’unica moneta che non si svaluta mai!
Quante volte ancora ci sarà bisogno di tendere la mano per soccorrere un naufrago che rischia di annegare?
Leonardo
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IL CUOCO SAGGIO
C’era una volta un re che essendo ormai vecchio e stanco, capì di non avere più le energie per amministrare da solo il suo grande regno. Poiché non aveva figli pensò di dividere il suo regno in contee e affidarle ciascuna ad un nobile di sua fiducia, che avrebbe dovuto amministrarla al suo posto. Così fece e qualche tempo dopo, facendo un giro per le contee, si accorse che le cose non andavano come sperava: i nobili che governavano su quelle terre sperperavano le risorse per i loro agi, non si preoccupavano di far rispettare la giustizia e non applicavano le leggi. La sua fiducia era stata mal riposta e dappertutto regnava il disordine. Fu così che decise di togliere loro gli incarichi di governo e affidarli ai suoi generali che avevano maggior dimestichezza col comando e avrebbero potuto ripristinare la disciplina e il rispetto per la legge.
Trascorso un po’ di tempo il re volle verificare se le sue scelte erano state giuste e se nel suo regno erano tornate l’ordine e la giustizia. Attraversò così le sue terre e, passando da una regione all’altra, si rese conto che ovunque il popolo era oppresso da un’amministrazione tirannica e nelle campagne molta gente era ridotta alla fame. Allora capì d’aver sbagliato e pensò che era più giusto affidare il governo di ogni regione a coloro che lavoravano la terra e contribuivano concretamente a produrre tutti quei beni che costituivano la ricchezza del regno. Convocò dunque alcuni contadini che avevano più esperienza e godevano di maggior rispetto tra la loro gente e li mise a capo delle rispettive contee.
Dopo un certo lasso di tempo però volle accertarsi che tutto andasse per il verso giusto e sebbene fosse ormai avanti con gli anni, volle mettersi in viaggio e attraversare di nuovo il suo regno perché voleva essere sicuro che dopo la sua morte il suo popolo fosse ben governato. Fece così un lungo giro e vide che i contadini a cui aveva concesso il potere non erano preparati a svolgere questo compito: anziché favorire l’equità e la pace, nel distribuire le risorse commettevano ingiustizie e alimentavano l’odio e il malcontento. A quella vista il re rimase profondamente deluso e con la pena nel cuore fece ritorno al castello.
Di fronte a questo nuovo insuccesso era veramente disperato e una sera, dopo aver consumato un gustoso pasto, chiamò a sé il cuoco per lodarlo.
“Le tue capacità in cucina sono ben note – gli disse – ma poiché è ovvio che non puoi preparare personalmente tutti i piatti, ora devi confidarmi un piccolo segreto: come fanno i tuoi aiutanti a cucinare le stesse pietanze con la medesima perizia e la stessa abilità che ti contraddistingue?”.
“Maestà – rispose il cuoco – l’esperienza mi ha insegnato che non è sufficiente mettere a disposizione dei propri cucinieri un gran numero di pentole, fornelli e una ricca dispensa, per ottenere delle buone pietanze: io controllo sempre che i miei aiutanti abbiano imparato bene le ricette e che rispettino attentamente le dosi degli ingredienti e i tempi di cottura, prima di accordare loro la mia fiducia”.
L’anziano re non replicò, si diresse a passo lento verso le sue stanze e capì che per una volta era stato lui a ricevere una lezione di buon senso.
Leonardo
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